venerdì 31 agosto 2012

Una giornata da dimenticare

Oggi molti di coloro che mi scrivono complimentandosi con me per la mia forza, si sarebbero ricreduti vedendomi. Perché oggi per me è stata una classica giornata "no", da dimenticare, da archiviare o meglio ancora da cestinare.
Era da tanto che non mi sentivo così e la situazione mi preoccupa. Sarà colpa del sonno, che ormai manca da circa una settimana. Il mio letto è ormai stufo di doversi sobbarcare i miei mille rivoltamenti, sento che ad ogni giravolta nervosa a destra o sinistra, di pancia o di schiena lui sbuffa e vorrebbe tanto che io lo lasciassi finalmente in pace, a godersi la quiete notturna. Da una settimana il mio letto è un campo di battaglia: al mattino le lenzuola stropicciate e maltrattate testimoniano il bombardamento notturno che ha animato il paesaggio. Lotta serrata, agitata, disordinata... Il corpo inquieto, le gambe sofferenti e smaniose, gli occhi spalancati sul buio e la sua profondità...
Non posso nemmeno dar la colpa al caldo, che si è dileguato da almeno un paio di giorni e che comunque non mi aveva mai dato problemi neppure quando era presente e imponeva la sua persona.
C'è qualcosa che alimenta il mio tormento e che va interrotto sul nascere. C'è la mente da sgomberare, affinché anche i sogni notturni, che popolano le mie poche ore di sonno, tornino nell'oblio innocuo in cui ristagnavano fino a poco tempo fa. Ci sono i pensieri da resettare e aggiornare. C'è l'animo da riparare e revisionare, affinché non funzioni seguendo i ritmi dettati dal clima meteorologico. Come è accaduto oggi: stamattina c'era il sole e ho iniziato la giornata con piglio sereno. Con il passare delle ore il cielo si è coperto e il mio umore lo ha seguito a ruota, come una pecora che rincorrere il gregge ciecamente. Nel pomeriggio lampi e tuoni si sono scatenati in pista, in un susseguirsi di bagliori allucinati e boati ubriachi. E mentre il cielo veniva abbagliato dai lampi e scosso dai tuoni, io mi rabbuiavo sempre di più, fino ad incupirmi del tutto.
Forse dovrei ricontattare la dottoressa e dirle che ormai non sono più in grado di gestire i miei sbalzi di umore. Dovrei ammettere la sconfitta e lasciare che mani più esperte sgomberino la mia mente, resettino e aggiornino i miei pensieri, riparino e revisionino il mio animo...
Spero si sia trattato solo di un giorno sbagliato. Di aver inciampato ma di essermi subito rialzata. Voglio credere che sia così. Anche questo è ottimismo, no?

giovedì 30 agosto 2012

Un libro, un destino, una vita

Durante i miei momenti di sconforto, e all'inizio anche nei momenti di lucidità, spesso una riflessione mi martellava nella testa. Stamattina mi è tornata in mente, e nonostante ora la mia situazione psicologica sia nettamente migliorata, questa riflessione che sa di dolce-amara considerazione si ostina a non volermi abbandonare.
Sono stata fortunata nella vita. Molto. Ed è partendo da questa constatazione che si origina e si alimenta la mia riflessione. Sono stata così fortunata da potermi vantare, già a soli 28 anni, di aver raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissa, di aver conosciuto l'amore vero, di avere una bella famiglia. Di aver avuto, fino al luglio 2011, una vita serena fatta di un'infanzia spensierata, un'adolescenza di tutto rispetto e una gioventù che mi piaceva.
Certo, andando avanti avrei voluto realizzare altri sogni, raggiungere altri obiettivi... Ma la malattia mi ha portato a pensare, assai spesso, che forse chi aveva scritto il mio destino non aveva previsto che io vivessi troppo a lungo. E questo scrittore, tanto crudele nei miei confronti, aveva voluto bilanciare il torto di avermi condannata ad una breve apparizione, con la concessione di una vita tutto sommato soddisfacente. In questo modo chiunque avesse letto il suo libro avrebbe detto di me: "Beh, una vita breve ma intensa. Ha vissuto poco ma ha potuto saggiare tutte le esperienze che rendono completa un'esistenza umana". Il mio personaggio avrebbe abbandonato la scena senza rimorsi, senza rimpianti, avendo provato tutto ciò che voleva provare, avendo conquistato tutto ciò che voleva conquistare. E soprattutto, il mio personaggio andava via felice di aver vissuto il sentimento che più di tutti dà senso e sapore alla vita: l'amore, nella sua forma più passionale, completa, assoluta.
Così ho iniziato a pormi una serie di domande: ho provato la felicità più grande della mia vita ora perché poi non avrò più molto tempo? Ma se è così devo essere soddisfatta, la vita è stata in ogni caso magnanima nei miei riguardi... Sapeva che sarei andata via presto e mi ha fatto il dono di concedermi tante cose belle durante questi pochi anni che ho abitato il mondo...
Sono considerazioni tristi, lo so. Però si è portati a farne quando si vive un'esperienza estrema come quella con il cancro.
Non so cos'è stato scritto nel libro che contiene il mio destino. Non sono una di quei lettori che compra un libro e salta subito all'ultima pagina, bramoso di sapere come finirà la storia. Amo godermi le singole pagine, i singoli paragrafi, le singole frasi, le singole parole...
Non so per quanto tempo ancora sfoglierò le pagine della mia vita, non so cosa accadrà nei capitoli successivi e ignoro persino quanti capitoli mi restino prima che il finale mi sia rivelato. Ma so di certo che accetterò con serenità tutto ciò che lo scrittore ha previsto per me. Il mio destino è già stabilito, io lo sto solo interpretando seguendo un copione che non ho mai avuto occasione di studiare prima. Perché non ci si prepara alla vita ma nonostante questo nulla è improvvisazione.

mercoledì 29 agosto 2012

Quel giorno che schiacciai le palle al toro

Voglio tranquillizzare tutti coloro che non sono milanesi, non sono mai stati a Milano o che non conoscono questa usanza. E poi mi preme tranquillizzare in modo particolare tutti coloro che amano gli animali: il toro in questione era solo un'immagine adagiata su un pavimento!
Ebbene... Tradizione vuole che se ci si ritrova al centro della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, andare a schiacchiare gli attributi al toro sia un rituale ben augurante. Il toro si trova all'interno di uno stemma sul pavimento e rappresenta Torino. Purtroppo per lui però, i suoi attributi son spariti da tempo e al loro posto figura un bel buco sul pavimento, un vuoto buco di castrazione in cui andare ad adagiare il tallone per compiere i giri porta fortuna.
La prima volta che ho visitato la Galleria, e tutte le altre volte successive, non avevo mai compiuto il rito magico; alcune volte perché il toro era letteralmente circondato da turisti in preda a girare come trottole impazzite su di lui, braccato da ogni lato in un assalto che non lasciava scampo. Altre volte perché... Beh, lo ammetto: mi sarei sentita assai ridicola a farlo!
A luglio dell'anno scorso però mi decisi! Il pomeriggio di sabato 30 ero in giro per il centro della città con A. e un altro nostro amico. Ero a Milano per i miei 3 giorni di beatituine, dopo lo scossone delle bruttissime notizie e prima di subire gli scossoni successivi. Siamo giunti al centro della Galleria e A. mi ha convinta a schiacciare le palle del toro e a compiere i fatidici 3 giri su di esso.
Adesso, a distanza di mesi da allora, posso affermare che il rituale abbia funzionato? Per come sono andate le cose direi di sì: al momento sembra tutto a posto. E il toro si è talmente affezionato a me che mi farà tornare a vita a Milano...



Recisione

Per tre notti di seguito t'ho sognato
e t'ho inseguito.
Che sogni inutili son stati.
Che senso ha un sogno simile alla realtà?

A cosa serve un sogno-ramo,
naturale prolungamento del tronco-realtà?
Reciderò questi rami
e lascerò che il fiume li porti a valle.

Senza più legami col tronco,
senza più il nutrimento di radici avvelenate.
Liberi e inutili.
Come i miei sogni
come la mia realtà.

Barbara Vellucci, 29/08/2012



Siate egoisti

Qualche tempo fa ho scritto un post sull'egoismo del malato (potete leggerlo qui). In quell'occasione ho espresso una sequela di pensieri che tuttora condivido e che non rinnego: era il frutto della riflessione di quel momento. Ciò che vorrei esprimere oggi, quindi, è un'evoluzione di quel pensiero. Una naturale evoluzione.
Io vi dico: siate egoisti! Se qualcuno vi taccia di esserlo, non dategli ascolto: chi vi sta accusando è il vero egoista! Chi vi dice che siete egoisti è il primo ad essere egoista! E lo è perché preferisce accusarvi di essere egoisti e di pensare solo a voi stessi, quando invece farebbe meglio a sforzarsi di capire che non c'è traccia di egoismo in quella che è soltanto una richiesta di aiuto... Il vero egoista è colui che si lava le mani in un fiume di accuse che lascia scorrere indomite. Il vero egoista è colui che guarda l'albero senza notare che migliaia di foglie partecipano a quella costruzione gloriosa della natura. Il vero egoista è quello che ti fa sentire egoista quando tu non lo sei, e ti convince che sì, invece egoista lo sei eccome...
Siate egoisti in questo senso: nell'amore positivo e orgoglioso verso voi stessi. Nessuno sarà mai in grado di amarvi come amate voi stessi. Potenzialmente tutti potranno abbandonarvi ma non potrete mai abbandonare voi stessi. L'amore per la propria persona è l'unico legame indissolubile che ci sia stato concesso, la più grande storia d'amore, come qualcuno ha già scritto.
Amatevi e rispettatevi. E se qualcuno vi accusa di egoismo... Beh, non iniziate a credere di esserne affetti davvero: sarebbe un grave tradimentento verso voi stessi.

martedì 28 agosto 2012

Scalare il monte per arrivare alla vetta

Stamattina sono tornata a Gaeta per fare altre foto.
Il clima e il cielo erano troppo invitanti per restarsene a casa e io ero rimasta parzialmente delusa dalla mia ultima sessione di fotografia: il cielo era nuvoloso e il Golfo non appariva in tutto il suo splendore. Inoltre desideravo assolutamente andare al Tempio di San Francesco e scattare da lassù. Il Tempio si trova su una parte alta del paese e pregustavo già il panorama che mi sarei goduta una volta arrampicatami fin là!
Sono arrivata a Gaeta piuttosto presto. Durante il "viaggio" ho respirato a pieni polmoni l'aria frizzante che sapeva di assaggio autunnale, ho percorso le strade assaporandone il traffico scarso di fine estate. Ho parcheggiato di fronte ad un giardino comunale e mi sono rivolta al mare. E lui era lì, di fronte a me: maestoso, calmo, limpido e azzuro. L'orizzonte e il cielo chiari, baciati dal sole e al riparo da nuvole indiscrete.
Terminata la sessione fotografica sul molo, ho inziato la scalata per raggiungere il Tempio di San Francesco. Avrei potuto arrivarci in scooter ma ho preferito camminare a piedi. Amo passeggiare e ho patito così tanto il periodo in cui faticavo a farlo, che adesso sarei capace di andare a piedi anche per 15/20 km :-D
Ho douto percorrere un bel tratto di salita e parte di essa era composta di scale. Mentre camminavo però, sentivo una felicità straordinaria dentro di me e più passi compivo più la mia gioia cresceva: perché ero in grado di spingermi fin lassù con le mie gambe, perché procedevo a passo spedito e non restavo senza fiato, anzi.. Ma quando sono arrivata sulla terrazza del Tempio è stato il panorama a mozzarmi il fiato: l'intero Golfo di Gaeta si stendeva lussureggiante davanti ai miei occhi e da quell'altezza io lo possedevo tutto quanto.

lunedì 27 agosto 2012

Un nemico chiamato depressione

Era già da un bel po' di tempo che volevo affrontare questo argomento. Ma non mi decidevo mai a volerlo fare e per molteplici motivazioni. Innanzitutto perché è stata una bestia nera contro cui ho lottato solo di recente, dunque non avevo riflettuto abbastanza su di essa per poterne parlare con cognizione di causa. Poi perché ritengo che non sia facile parlarne, si teme sempre di scadere nel banale o di adottare un registro erroneo. Infine, perché c'è molta omertà attorno alla depressione, molta vergogna in chi l'ha subìta.
La prima idea che mi sono fatta su questa patologia, quando ho iniziato a ragionarci su, è scaturita proprio dall'ultima motivazione che ho elencato poc'anzi: la depressione è ancora un tabù. Lo è, a mio parere, perché a torto non è ritenuta una malattia che può giungere e basta. Come giungono un cancro, una polmonite, un infarto... Perché a torto viene considerata coma una patologia che la persona, in qualche modo, "va a cercarsi". Come se chi ne soffre fosse la causa stessa del suo malessere. Penso sia colpa anche della banalizzazione che la società fa della depressione, della troppa facilità con cui ci si considera depressi o si viene additati come depressi.
Come spiegavo all'inizio del post, per lungo tempo ho meditato di affrontare questo problema spinoso. Ma un impulso mi ha sempre frenata, non mi ha mai convinta del tutto a farlo.
Poi ieri sera è giunto l'input.
Un film. E' bastata la visione casuale di un film. Dopo averne letto la trama avevo provato ad immaginare che tipo di racconto potesse mai essere: "Mr. Beaver" - Walter Black, presidente di un'azienda di giocattoli sull'orlo di fallimento, soffre di una grave forma di depressione. Quando la moglie lo caccia di casa, trova la marionetta di un castoro (Beaver) e inizia ad animarla. Walter diventa cosi' simpaticissimo, un vero vulcano di energia e di idee. Riesce a riconciliarsi con la moglie e il figlio piccolo e a riportare l'azienda al successo. Ma presto, The Beaver, diventa troppo ingombrante e, infine, anche pericoloso.
Ecco, letta così, la prima cosa che si è indotti a fare è sorridere. E poi pensi che ti ritroverai di fronte ad una boiata colossale. E in effetti è anche la sensazione che si prova quando si comincia a vedere il film. Quando Mel Gibson inizia a parlare attraverso il pupazzo Beaver si comincia a parteggiare, in modo assai naturale, per sua moglie e per suo figlio. Ci si sente addosso un senso di straniamento, di rifiuto. Non si comprende che senso abbia tutto quello che il suo personaggio sta facendo.
Ma poi, se hai avuto la sfortuna di percorrere i corridoi intricati della depressione, arrivi a capire benissimo i perché di Walter Black...
Non ha importanza se l'aggancio a cui ci si aggrappa per non sprofondare è un pupazzo con le sembianze di un castoro che si fa parlare con la propria voce. Non ha nessuna importanza se si finge che il pupazzo viva di vita propria. Se il pupazzo è l'unico modo per scalare il baratro e risalire, allora è lui la via giusta da percorrere! Può sembrare assurdo agli occhi di chi non ha mai provato la depressione, ma è esattamente così che parte la risalita! Dall'aggancio più improbabile, dal segnale più impensabile.
E quando si arriva a trovare l'aggancio si è già a buon punto: si è realizzata la propria condizione, ci si è stufati di se stessi e si vuole uscirne. E' proprio quando arriva l'aggancio che si comincia a reagire. Senza questa volontà è fatica sprecata affidarsi a medici, a pasticche, a inutili libri dagli improbabili titoli quali "Come essere felice", "Come uscire dalla depressione"...
Il primo impulso per sconfiggere il malessere che ci attanaglia deve partire da noi stessi. Ricevuto questo input si può procedere con il chiedere aiuto, in qualsiasi forma e in qualunque modo, se riteniamo di non essere in grado di combattere da soli.

Io mi ritengo fortunata: perché ho avuto la forza di comprendere in tempo di aver imboccato una strada senza uscita e perché sono stata in grado di ingranare la retromarcia per sbucarne fuori in tutta fretta. Ho eliminato le situazioni che esasperavano la mia condizione mentale - condizione mentale messa a durissima prova da un anno fitto di eventi dolorosi e terribili -, ho capito che le medicine influivano pesantemente sulla mia psiche e ho cercato rimedio, ho trovato tanti agganci a cui aggrapparmi per risalire. Vi sono riuscita da sola e per questo mi sento una miracolata. Ma non avrei esitato a chiedere aiuti qualificati se avessi realizzato che con le mie uniche forze sarei andata ben poco lontano, fallendo.

domenica 26 agosto 2012

Conosciamo noi stessi solo fin dove siamo stati messi alla prova

Nessuno di noi saprà mai quanta forza custodisce dentro di sé finché la vita non deciderà che è il momento di testarne e di saggiarne la qualità. Nessuno di noi può immaginare fino a che punto sia in grado di sopportare dolori atroci, sofferenze d'animo, patimenti corrosivi... finché non viene scaraventato in un mare in tempesta, lontano dalla scialuppa di salvataggio, e non ha a disposizione null'altro se non la propria forza per tentare di salvarsi. E potete esserne certi: l'istinto di sopravvivenza, innato in ciascuno di noi, vi mostrerà un lato che non sapevate neppure di avere. Vi darà la forza per lottare, per andare ostinatamente avanti. E se le onde in tumulto cercheranno di sommergervi fino alla testa e di mandarvi a fondo, voi opporrete loro il naturale vigore che la disperazione forgia. Voi vorrete vivere, sopravvivere e l'aver cavalcato la tempesta vi farà giungere vittoriosi a riva.Quando iniziò la mia avventura, ancor prima di sapere cosa inquinava il mio corpo, ero al telefono con A. e gli dissi testuali parole: "Voglio augurarmi che ciò che sento non sia cosa sospetto. Perché non sarei in grado di affrontare anche questa adesso". Avevo sopportato per alcuni mesi il dolore della fine della storia con A. e in un momento di pausa dal tormento era giunto lui, l'inquilino abusivo e indesiderato. Dopo aver sofferto per l'amore terminato con A., mi ritrovavo a dover contrastare ben altro tipo di sofferenza. Non mi sentivo pronta, la mia energia era stata impiegata tutta quanta nel tentativo di superare l'abbandono della persona amata. Credevo di non avere ulteriori scorte, mi sentivo scarica.
E invece, a più di un anno di distanza, sono ancora qui. Di forza ne ho trovata e non ho dubbi su questo. Se ripenso a tutte le peripezie affrontate, devo desumere di averne avuta, e molta anche! Ma ignoravo di averne ed è questo l'aspetto più sorprendente della natura umana. Ho sorpreso me stessa, ho scoperto un lato che forse incosciamente sapevo di possedere ma che non avevo mai svelato, perché non ne avevo avuta occasione.
E adesso so che potrei affrontare qualsiasi evento, senza paura, senza timore... Ora mi conosco!

Questo post lo dedico al caro amico Cosimo. Lui mi ha segnalato la meravigliosa poesia della Szymborska con cui ho aperto il pezzo.
Caro amico, tu mi lasci ancora la speranza nel cuore che possano esserci persone grandiose a questo mondo. Tu sei una di loro :-) ti voglio bene!

sabato 25 agosto 2012

La stanza d'ospedale trasformata in camera d'albergo!

Si può trasformare una degenza ospedaliera di una settimana in qualcosa di molto simile ad un soggiorno alberghiero??
Ripensando ai miei 6 giorni in quella stanza del reparto di ginecologia oncologica al Policlinico Gemelli, mi viene da rispondere: "Sì, si può. Perché io l'ho fatto!".
Non ero mai stata ricoverata così a lungo prima di allora, non avevo idea di come si facesse trascorrere il tempo in un posto del genere. Le mie lunghe attese in ospedale si erano sempre risolte nell'arco di una giornata, ragion per cui 6 giorni mi sembravano un'eternità. 
Così ho dovuto organizzarmi e cercare di portare con me tutto quanto potesse essermi di aiuto per trascorrere quel tempo che sì sembrava interminabile, ma come tutte le cose, si sarebbe concluso anch'esso. I primi a venirmi in aiuto sono stati i libri. Qualche giorno prima di partire avevo fatto un sondaggio tra gli amici di Facebook per farmi suggerire dei titoli da acquistare. Non è stato facile scegliere fra tutti i libri consigliati ma alla fine optai per "I dolori del giovane Werther" e "Le affinità elettive" di Goethe e per "L'ombra del vento" di Zafón. I primi due non erano letture "leggere" ma a me stava bene così, raramente mi sono concessa letture leggere, penso non si addicano molto ai miei gusti.
Altro fondamentale aiuto per ingannare il tempo fino al momento in cui sarei stata dimessa è stato il portatile. Finestra sul mondo, anello di contatto con gli altri che restavano fuori da quella stanza d'ospedale, il migliore intrattenitore che si possa desiderare. E poi lui, l'immancabile televisore. Dovete sapere che non amo molto guardare la programmazione delle reti generaliste ma dovete sapere anche che quando ti ritrovi a dover trascorrere tante giornate, composte da ore che irrimediabilmente si allungano e durano di più, in un ospedale, la televisione si trasforma in un'ottima compagna e saresti capace di seguire con passione persino le previsioni meteo o le odiose televendite!!
Io ho avuto anche la fortuna di ritrovarmi a poter disporre dell'intera stanza per gran parte della degenza. Ho dovuto condividerla con un'altra paziente solo per un paio di giorni. Avere la stanza a mia completa disposizione mi aveva permesso di fare tutto ciò che desideravo, come e quando volevo: la notte mi addormentavo tardissimo perché restavo al pc o guardavo la tv, non dovevo pormi problemi se la luce restava accesa mentre facevo tutto questo, potevo stare al telefono per chiacchierare senza timore di poter disturbare chi era accanto e sperava di dormire. 
Durante il giorno non mi annoiavo di certo: ci sono sempre state tante persone con me e ho avuto mia madre sempre vicina. Io e lei ci siamo fatte tantissime passeggiate lungo gli sterminati corridoi del Policlinico, siamo andate a curiosare alla libreria e spesso a mangiare qualcosa al bar e al self-service presenti nella struttura. 
Sono andata lì per qualcosa di poco piacevole ma ho fatto del mio meglio per addobbare la situazione e mascherarla di allegria. E il tempo è trascorso... Perché lui trascorre sempre... E passa...

venerdì 24 agosto 2012

Mattinata a Gaeta

Stamattina, dopo 5 mesi, ho rimesso piede in una sala di somministrazione. Sono tornata, dopo tanto tempo, in una sala in cui ai pazienti vengono iniettati i medicinali per la chemioterapia. All'ospedale di Gaeta è molto piccola, una stanzetta quasi rispetto a quella cui ero abituata a Roma: appena 3 poltrone e 2 posti letto, niente televisore, spazi piuttosto angusti.
Vi sono tornata per il lavaggio del port, il mio compagno di avventura che ancora devo trascinarmi ovunque vada. Anche se lui ormai se ne sta buono buono sotto il mio collo e non dà fastidio. Solo i miei occhi sono infastiditi dalla sua presenza, soprattutto adesso che è estate e l'abbigliamento classico per questa stagione gli permette di mostrarsi in tutto il suo pavoneggiarsi.
La dottoressa mi ha accompagnato nella saletta della somministrazione e poi mi ha lasciata lì per qualche minuto ad attendere il suo ritorno. Appena sono entrata e ho capito dov'ero, un brivido mi ha percorso la schiena e subito mi sono balenati in testa i ricordi di qualche mese fa, dei giorni trascorsi nel reparto di radiochemio della Columbus a Roma.
Mentre ero lì ad aspettare la dottoressa, mi sembrava di sentire l'odore per me insopportabile del taxotere e ho avvertito un senso di nausea. Potere della mente e dei suoi ricordi. Non dimenticherò mai quell'odore e tutte le sensazioni ad esso legate... Anche  in questo istante, mentre lascio che la memoria ripercorra quei giorni, avverto del malessere che mi disturba, come se il taxotere stesse ancora scivolando silenzioso dentro il mio corpo.
Non appena concluso il rituale del lavaggio del port, sono andata nella zona di Gaeta vecchia e ho scattato un bel po' di foto al golfo che la fronteggia. Lì sul molo ho respirato a pieni polmoni l'odore del mare e ho lavato via quello del taxotere. Solo il mare riesce a portare calma dentro di me quando il tumulto agita i sentimenti. Il mare è stato testimone del mio dolore e mi ha sempre aiutata a lenirlo. Con la sua immensità, con la sua calma, con la sua imponenza, con il suo senso di eterno movimento.




martedì 21 agosto 2012

Lettera a un bambino mai nato

La prima volta che bussasti alla mia porta fu quello che avrebbe dovuto essere il tuo papà a presentarti a me. Prima di allora non ti avevo mai desiderato. Semplicemente, non avevo nemmeno mai preso in considerazione l'idea di te. Poi il tuo papà, che io amavo alla follia, disse che tra qualche anno s'immaginava sposato con me e con dei bimbi.
E ti materializzasti tu.

All'improvviso iniziai a darti forma, ad immaginare come tu potessi essere. Ti avevo concepito nella mia immaginazione e stavo assistendo al tuo sviluppo e alla tua crescita. Mi piaceva l'idea di saperti un bimbo vivace, gioioso, amato e consapevole di esserlo, pieno di energia, sempre pronto a correre ovunque e a farti rincorrere. Scherzando, io e il tuo papà ci divertivamo ad immaginare che tu cominciassi a correre già prima di nascere, quando eri ancora nella pancia. A correre come ama correre il tuo papà.

Mi ero abituata all'idea di te. Non avremmo voluto che tu arrivassi di già, non era il momento giusto, ma io sentivo dentro di me che se tu avessi scelto di giungere inaspettato, io sarei stata pronta ad accoglierti senza alcuna esitazione.

Non ti avevo mai desiderato, non ti avevo mai preso in considerazione prima di incontrare tuo padre. E quando arrivò il mio amore per lui arrivasti anche tu. Vedi, sei stato il frutto di un amore grandissimo, sincero. E di questo devi esserne fiero, deve farti sentire un privilegiato.
Sai, ti confesso alcune cose che non potresti sapere se io non te le svelassi. Poco dopo aver incontrato il tuo papà e subito dopo che lui iniziò a farmi desiderare di pianificare l'incontro con te, io andai da una dottoressa che si occupa anche di far nascere bambini. Mi rivolsi a lei perché avevo dei piccoli problemi che avrebbero potuto mettere i bastoni tra le ruote e far saltare il nostro appuntamento. E avevo ragione, perché quei piccoli problemi andavano curati. La dottoressa fu ottimista e la cura stava andando a meraviglia.

Sai, una volta mi hai fatto prendere un bello spavento! Proprio nel mezzo di questa cura, a fine dicembre 2010, io credevo che tu fossi così impaziente di conoscerci che i tuoi capricci alla fine avessero avuto la meglio e tu stessi per arrivare. Mi hai costretta a stare in ansia per una settimana, in bilico tra il timore di un tuo arrivo precoce e la gioia della tua venuta inattesa. Oggi, con la consapevolezza di tante cose che allora non conoscevo, posso dire di essere felice che alla fine tu abbia scelto di non entrare nelle nostre vite. Nonostante fossi stato così piccolo, hai dimostrato di avere la giusta maturità per prendere la decisione migliore. Forse tu sapevi già tutto. Di certo io ti ringrazio bambino mio, perché sei stato tanto generoso e tanto altruista da evitare di farmi sentire in colpa. Mi hai risparmiata dalla flagellazione che causa il dubbio del “Se avessi saputo prima...”.
Sei stato lungimirante su tutto caro figlio. Sapevi che il tuo papà se ne sarebbe andato, sapevi che nascendo avresti avuto alte percentuali di portare dentro di te la tara che la tua mamma ti avrebbe fatto ereditare inconsapevolmente. Sei stato furbo tu, eh! Mi saresti piaciuto molto per il tuo carattere e saresti piaciuto molto anche al tuo papà.

Una delle cose che mi dava più piacere immaginare era il rapporto tra voi due, padre e figlio. Mi intenerivo a pensare alle cose che avreste fatto insieme, agli insegnamenti che lui ti avrebbe dato, ai rimproveri persino. Sarebbe stato un meraviglioso padre e tu lo avresti amato. Fidati di ciò che ti dico, perché io l'ho amato, lo amo e so cosa lui è in grado di dare. Mi sarebbe piaciuto che tu avessi appreso da lui il senso di libertà, di indipendenza, la curiosità di conoscere, la sensibilità, l'amore per le proprie convinzioni da portare avanti anche contro tutti e contro tutto...

Voglio raccontarti un sogno fatto mentre seguivo la cura prescrittami dalla dottoressa che fa anche nascere i bambini. E' un brutto sogno ma te lo racconto perché ti sei dimostrato abbastanza maturo per poter comprendere che si tratta solo di un sogno appunto. Aspettavo un bambino, lo stavo mettendo al mondo e dopo averlo partorito il bambino moriva. Io ero disperata e la mia disperazione era fomentata dalle persone che mi circondavano, tutte urlanti contro di me: mi accusavano di essere la causa della sua morte. E me ne convincevo: avevo ucciso il bambino.
Sei stato tu a produrre questo sogno, non è vero figlio mio? Tu volevi che vedessi quanto male avrei potuto arrecarti, un male terribile, in grado di spingerti fino alla morte. Ti ringrazio anche per questo bambino. Perché il sogno che tu hai prodotto si è esaurito con il risveglio. La realtà sarebbe stata ben altra faccenda.
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Adesso caro figlio, è giunto il momento di introdurti alle pagine più tristi della nostra vita. Di leggerti quelle pagine che ad un certo punto si interromperanno bruscamente. E' inutile affannarci a cercare i fogli mancanti che completano la storia. Posso assicurarti già da ora che nessuno di noi sarà mai in grado di ritrovarli. Perché essi, semplicemente, non esistono.
Sappi però che non dobbiamo rattristarci. Il fatto che il nostro incontro sia stato reso impossibile non è necessariamente un male. Ricorda tutto ciò che ti ho scritto poco fa: ripensa al tuo gesto altruistico, alla tua lungimiranza nel prevedere gli eventi.
Ecco, lo vedi che sei d'accordo con me? Sei un bambino intelligente e parlando e ragionando con te è molto facile farti capire i discorsi da adulti.

Ad un certo punto la tua mamma ha dovuto interrompere la cura prescritta dalla dottoressa che fa nascere i bambini. Il tuo papà se n'era già andato ma a te non era stata ancora preclusa la possibilità di abitare questo mondo. La mamma ha dovuto smettere quella cura per iniziarne un'altra.
Ma perché ti sto raccontando tutto questo se hai dimostrato che sapevi già? No, aspetta... Forse eri solo a conoscenza del fatto che tu non dovessi nascere, e giustamente adesso vuoi sapere il perché di questa decisione così categorica. Mi sembra doveroso da parte mia darti spiegazioni, i genitori non dovrebbero mai negare la verità ai figli, anche se questa è dolorosa.

Sai, fino a marzo 2012 la mamma ha lottato tanto perché tu potessi incontrarla un giorno. A novembre 2011 è stata informata del fatto che andando a Bologna avrebbe potuto conservarsi chance ulteriori per combinare un incontro con te. E la tua mamma ovviamente è andata, anche se l'incontro tra noi sarebbe stato posticipato di molti anni. E' andata e si è conquistata un'opportunità in più per favorire la nostra conoscenza futura. Ma c'era un particolare fondamentale che allora la tua mamma non poteva sapere...
E quel particolare venne a galla solo qualche mese più tardi. A Milano, la nostra città. Qui la mamma ha scoperto di avere una mutazione genetica. Qui la mamma ha capito che se spinta dall'egoismo di avere te solo per soddisfare la sua voglia di maternità, ti avrebbe esposto al rischio di trasmetterti ciò che molto probabilmente ha fatto ammalare lei. Per te ci sarebbe il 50% di possibilità di avere la mutazione genetica nel corredo cromosomico. Questa non ti farebbe ammalare automaticamente ma farebbe aumentare le tue percentuali di rischio.

No, non posso. Non posso assolutamente azzardarmi a farti venire al mondo sapendo che potresti nascere con questo fardello che se ne va a spasso per il tuo corpo. Non posso farti venire al mondo sapendo che potresti dover affrontare tutte le sofferenze e i patimenti che ho affrontato io o dolori ben peggiori. Non posso affidarmi al caso e alla fortuna, tentare di sfidare l'aleatorietà del gioco se c'è di mezzo una vita umana. Un'incolpevole vita umana. 

Che razza di madre dimostrerei di essere se ti facessi nascere conscia del fatto che avresti il 50% di possibilità di nascere ereditando la mutazione del gene BRCA2? Che razza di madre sarei se ti facessi nascere consapevole del fatto che se tu avessi la mutazione dovresti sottoporti a tutto il calvario di visite di prevenzione a cui devo sottopormi io?
Si potrebbe obiettare che tu potresti ammalarti comunque nel corso della tua vita. Quasi tutti ci ammaliamo e la perfezione della salute è cosa assai rarissima. Ma io non riesco a fare a meno di pensare alle colpe atroci e devastanti che mi assalirebbero se tu dovessi ammalarti in giovane età. Mi rinfaccerei continuamente la mia scelta di farti venire al mondo, mi ripeterei incessantemente frasi del tipo: “Io lo sapevo che poteva accadere tutto questo e per il mio egoismo di diventare madre a tutti i costi me ne sono fregata di te e ti ho fatto nascere lo stesso”. E avrei il terrore che tu, in un momento di comprensibile sconforto, potessi dirmi: "Tu sapevi e non hai fatto nulla per evitarlo".
Un conto è non sapere e affidarsi al caso che governa l'intera esistenza.
Un altro conto è sapere e agire coscientemente.

No, non posso fare questo ad un figlio che amo. Nessun genitore si augura il peggio per il proprio bambino. Nessun padre e nessuna madre che si rispettino vorrebbero mai essere la causa del dolore e della sofferenza del proprio figlio.
Io ti amo figlio mio e proprio perché ti amo ho deciso che non ti farò nascere. Perché è in questo modo che io ti dimostrerò di essere una brava madre. Una brava madre non agisce sotto l'impulso dell'egoismo quando si tratta del bene del suo bimbo; una brava madre non mette in pericolo la vita di suo figlio: gliela dona e deve creare le condizioni migliori affinché lui sia felice.
Io non lo so se ho preso la decisione giusta. So però che al momento è quella migliore. E' la decisione che mi detta il cuore e il cuore raramente sbaglia.

Dobbiamo credere nella scienza bambino mio. Dobbiamo sperare che nel nostro Paese giungano soluzioni che altrove hanno permesso a tanti genitori di incontrare i propri figli. E che questo incontro non sia costoso per chi non può permetterselo. E' l'unica strada che ci resta bambino. Un domani scopriremo se nel nostro destino era scritto che dovessimo darci appuntamento per conoscerci.

lunedì 20 agosto 2012

Viaggio tra la memoria

La poesia che ho pubblicato stamattina mi ha riportato alla mente ricordi che avevo insabbiato: durante l'età dell'infanzia e dell'adolescenza io scrivevo tantissimo. Se la memoria non m'inganna, iniziai a scrivere dei piccoli romanzi già a circa 9-10 anni. Mi ispiravo ai classici che leggevo: buttavo giù delle storie scrivendo su quaderni, poi preparavo anche le copertine, utilizzando fogli di  carta A4, copertine del tutto simili a quelle dei libri di cui mi nutrivo. All'inizio scrivevo a mano, poi pretesi che mi venisse regalata una macchina da scrivere, infine arrivò il computer.
Ma mai niente mi ha dato un piacere paragonabile a quello che mi ha sempre dato scrivere a mano, con la penna, con la matita... Scrivere su fogli sparsi, scrivere su un rigo o in libertà su un foglio bianco, scrivere frasi senza senso per il solo gusto di scrivere e poi di ammirare le singole lettere, le singole parole, l'effetto visivo che creano..
Il mio amore e la mia passione per la calligrafia, che avevo sepolto, ora li sto riscoprendo. Sono andata a scavare e li ho ritrovati. Ricordavo con esattezza il luogo in cui li avevo nascosti e andare a recuperarli ha avuto il sapore di una caccia al tesoro dall'esito incerto. Sapevo che erano lì ma fingevo di non ricordarlo, perché poi il rinvenimento conservasse il pathos della scoperta inattesa. Per goderne di più.
E stamattina, dopo aver pubblicato la poesia nel post precedente, sono stata assalita dal ricordo di quei versi che scrissi in età adolescenziale, che sapevo di conservare ancora, sebbene non sapessi esattamente dove. Ma li ho trovati. E insieme ad essi ho ritrovato un baule di memorie che giacevano quiescenti dentro di me. Ho avuto la gioia di rivedere, dopo tanti anni, i vecchi quaderni del liceo; i quaderni che avevo riempito di storie, canovacci, personaggi, trame, appunti, bozze di sceneggiature e trattamenti; le lettere dei miei pen-friends ai tempi del liceo; vecchi biglietti del cinema che mi hanno riportato alla mente film visti insieme agli amici; i biglietti delle mostre visitate a Venezia nel 1999; le bozze per alcuni siti internet che curavo anni fa (uno sul gruppo dei Red Hot Chili Peppers - che adoravo alla follia, uno su un cartone animato giapponese - che anni dopo mi ispirerà addirittura la mia tesi di laurea in diritto d'autore!); un libretto su Alfred Hitchcock che testimoniava il mio amore smodato per il cinema, la passione che mi aveva condotto a studiare al D.A.M.S. di Roma; i diari di quando avevo 15/16 anni e in cui sono narrati i tormenti classici di un'adolescente.
E poi loro... Le poesie che tanto avevo cercato... Poesie che rilette oggi, che ho quasi 30 anni, fanno assai sorridere. Di alcune di queste non ricordo nemmeno il perché le abbia scritte. Mi sembra che siano ispirate da un avvenimento ben preciso ma poi non ricordo quale possa essere.
In realtà la mia smania di trovarle era mossa da altro obiettivo: ero curiosa di scoprire se tra quei versi scritti nel passato potessi rinvenire qualche traccia del mio futuro, ossia del mio attuale presente. Volevo capire se nell'età dell'adolescenza avessi avuto qualche sentore, una premonizione... Se dentro di me avvertivo già il seme di ciò che sarebbe germinato anni dopo. Tra tante poesie una sola mi ha colpito ma non perche in essa avevo dimostrato di possedere doti da preveggente, bensì perché descrive con termini appropriati il mio attuale umore:

Pensavo di aver risolto tutto.
Ero all'inizio di un incubo.
Mi feci coraggio
ma non ne fui capace
e il mondo mi crollò sulle spalle.
Distrutta e sconsolata
ora guardo avanti,
non riesco a vederci nulla
e l'inizio è ormai la fine

Non ne ho idea del perché l'abbia scritta. Quale fosse il sentimento che mi spinse a mettere in versi una tale cupidigia. Forse la composi senza pensarci molto, ispirata da qualche altra opera letta.
L'unica poesia che invece mi sia ancora piaciuta, a distanza di anni, è quella che ricopio qui sotto. Piccola, semplice, sincera, eterna.

Ogni mattina
ritorno alla
vita e ringrazio
la notte che
mi ha custodita
nel suo ventre
di donna sfuggente

Elogio della normalità

Elogio della normalità,
la mia vecchia quotidianità.
Che non è banalità.

Elogio della normalità
un respiro a pieni polmoni
una passeggiata senza fatica
l'aperitivo con un'amica
programmare il domani
le mani che non dolgono.

Elogio della normalità
non averti più nella mia vita
come quando non ti conoscevo
come quando ti te non sapevo
come quando ignoravo l'amore
e l'errore cos'era?

Elogio della normalità
l'illusione di stare bene
la coscienza della precarietà
che è foglia attaccata ad un ramo
farfalla che vola su un prato
cristallo che cade nel vuoto.

Elogio della normalità
della sua straordinarietà.
Che non è banalità.

Barbara Vellucci, Formia, 20-08-2012

domenica 19 agosto 2012

I due corridoi

La mattina del 5 settembre 2011 mi chiamarono dal Policlinico Gemelli. Era giunta l'ora di ricoverarmi per sottopormi all'intervento di quadrantectomia. Fui ricoverata per circa una settimana, da lunedì 5 settembre a sabato 10. Ebbi anche la sfortuna di dover restare in ospedale un giorno in più poiché il 6 settembre ci sarebbe stato sciopero dei treni e nell'impossibilità di raggiungere Roma, io e mia madre dovemmo anticipare il viaggio al giorno precedente, il 5 appunto.
Quando arrivai nell'edificio in cui era ubicato il reparto, varcata la porta di ingresso, non potei fare a meno di notare la curiosa rappresentazione allegorica che mi si presentava davanti. Oltrepassata la soglia si biforcavano due corridoi, uno a destra uno a sinistra. Dirigendosi a sinistra, si poteva assistere ad un tripudio di gioia e felicità: si finiva nel reparto "maternità". Si udivano i pianti carichi di energia e di speranza dei neonati, si assisteva alla beatitudine di familiari e amici. Dirigendosi a destra, il clima mutava considerevolmente: si finiva nel reparto di "ginecologia oncologica". Un reparto in cui non si andava per forza a morire, un reparto dall'aspetto non lugubre e triste, ma che rappresentava una realtà potenzialmente opposta a quella del suo vicino dirimpettaio.
A volte mi sono interrogata circa l'opportunità di questa collocazione: fare incrociare le donne incinte o neomamme con donne come me - che potrebbero non avere mai questa gioia -, non era un poco insensibile nei loro confronti? O, al contrario: i familiari in festa per il nascituro, non avrebbero potuto sentirsi a disagio dovendo tenere a freno la loro contentezza al passaggio di chi aveva ben poco di cui essere allegro?
Poi ho concluso che quel reparto era stato congegnato così come è stata congegnata l'esistenza. Era una metafora dell'esistenza stessa: vita e morte che camminano una accanto all'altra, che hanno un ingresso in comune, che permette di incontrarsi, ma corridoi opposti che da esso si biforcano.
E mi venne in mente che anche le chiese sono un incrocio di vita e morte che si incontrano e si sfiorano. Una volta partecipai ad un battesimo e non appena questo terminò, si passò ad un funerale.
Nessuna insensibilità: le manifestazioni della vita presuppongono le manifestazioni della morte e viceversa.

E se questa fosse solo una tregua?

Ci sono dei momenti in cui i pensieri decidono di tormentarmi. La brutta bestia - ho imparato a definirla così frequentando i forum - stabilisce che io non debba restare troppo a lungo serena. Forse teme che possa annoiarmi, magari il suo è un modo per tenermi desta. Forse è addirittura magnanima la brutta bestia quando decide di movimentare le mie giornate, che altrimenti sarebbero monotone, a suo insindacabile giudizio.
E allora capita che io, ormai disabituata alla serenità d'animo, venga colta di sorpresa dall'improvviso flusso magmatico che la brutta bestia fa eruttare dal cratere e colare giù a valle. Un lungo fiume incandescente che si è generato dal sapiente mescolare di orridi pensieri, pressanti fobie ed ancestrali paure. Un fiume di lava che scorre inarrestabile e lesto, ardendo il terreno e bruciando ogni ignara ed incolpevole vittima che ha la sventura di ritrovarsi lungo il suo percorso di morte. La brutta bestia si diverte in questo modo. Non conosce alternative più intelligenti e meno egoistiche per intrattenersi: lei è fatta così, ama provocare eruzioni improvvise e poi godersi lo spettacolo della distruzione che essa stessa ha contribuito a provocare.
Nei mie confronti ha adottato una tecnica assai sopraffina. Ha deciso di concedermi un periodo di pace. No, non si è dimenticata di me. La immagino impegnata a tormentare qualche altra anima in pena, perché lei non smette mai di divertirsi. E' l'unica sua attività, non potrebbe mai cessarla.
Mi ha semplicemente riposto nel cassetto delle cose da andare a ripescare, prima o poi. Quando in un momento, assai passeggero, di tedio, non sapendo cosa fare, andrà a riaprirlo e vi troverà me, si ricorderà del piacere che provava nel tormentarmi e ricomincerà.
Per il momento si limita a lanciare segnali, solo per l'insulso diletto che le provoca il sapermi sempre vigile, sull'attenti costante, anche in momenti in cui potrei starmene tranquilla. Mi ignora ma ci tiene a sapere che io in realtà non sia consapevole di questo suo ignorarmi.
Si dà troppa importanza questa brutta bestia. Soffre di manie di protagonismo.
Ma ci sono dei momenti in cui lei mi vince. Perché io la lascio vincere. A causa della mia scarsa conoscenza sulla tattica militare, lei mi invade e mi conquista, piantando la sua bandiera vittoriosa e imponendomi le sue condizioni. Che sono quelle di pensare che questo momento di calma apparente sia solo una breve ed illusoria tregua, tanto più cinica in quanto ingannatrice. Questa tregua è una passeggiata attraverso un bosco che si ritiene sicuro mentre in realtà cela oscure presenze pronte a tendere l'agguato.
La brutta bestia è così: ti rende avvezza alla diffidenza e marchia sulla tua pelle l'istinto del non fidarsi, del non sentirsi mai al sicuro.
Ci sono momenti in cui lei vince. Ci sono altri momenti in cui vinco io. E' una battaglia costante, la battaglia per la vita.

sabato 18 agosto 2012

Il mio piano terapeutico per la vita

- Controlli clinici semestrali in ambulatorio di oncologia e di senologia

- Esami ematochimici ogni 6 mesi

- Ecografia mammaria ogni 6 mesi

- Eventuale mammografia ogni 12 mesi

- Risonanza magnetica ogni 12 mesi

- Ecografia all'addome ogni 12 mesi

- Visita ginecologica + ecografia transvaginale ogni 6 mesi, pap test ogni 12 mesi

- MOC DEXA lombare e femorale ogni 18 mesi

- Decapeptyl ogni 28 giorni x 5 anni

- Tamoxifene, ogni giorno x 5 anni


Ed in più, a causa della mutazione del gene BRCA 2:

- Regolari controlli dell'apparato gastroenterico, con ricerca helicobacter pylori e, in caso di positività, gastroscopia

- Pancolonscopia di base verso i 40 anni, da ripetersi secondo giudizio clinico

- Controlli dermatologici periodici, con mappatura dei nei

- Visite oculistiche periodiche + fundus oculi, da ripetersi sulla base del referto

- Controlli ginecologici semestrali e consulto ginecologico per discutere tempistiche per un futuro intervento di annessiectomia profilattica

Ed inoltre:

- A breve tornerò in sala operatoria per sostituire gli espansori con le protesi definitive

- Dovrò poi fare la ricostruzione

- Dovrò sottopormi a controlli periodici per controllare che le protesi siano a posto


Questa sarà gran parte della mia vita. Un programma fitto di visite mediche ed esami diagnostici. Se tutto andrà bene e non ci saranno complicanze di alcun genere, s'intende. Mi sale su l'ansia solo a guardarlo ma il dottor B. dice che bisogna valutare tutto questo con positività, perché adesso sono conscia del fatto di avere la mutazione genetica e posso effettuare una buona prevenzione. E fidiamoci...

giovedì 16 agosto 2012

Iperattivismo ed euforia: è ora di ridimensionarmi

Stamattina ero davanti al pc per controllare la posta e iniziare a programmare la giornata. In apparenza nulla di diverso rispetto a tante altre mattine. Ad un certo punto mi son piovute addosso tutte le cose che voglio, devo, posso, potrei, dovrei, desidererei fare e... Niente, sono andata nel panico totale! Mi son sentita come se dovessi fare tutto e subito, senza sapere da dove cominciare e da dove finire. Che tutto mi piombasse sulla testa e mi schiacciasse con la forza del suo peso.
Inizio con il fare questo, ma poi devo fare anche quest'altro... E vorrei fare questo... E quest'altro dove lo metto? Riuscirò a fare questo? Mi son presa la testa tra le mani perché mi sembrava che stesse per scoppiare e per circa 10 minuti l'ansia non ne ha voluto sapere di abbandonarmi. Allora ho dovuto mettere dei paletti. Mi son detta: "Cara mia, la giornata dura solo 24 ore e alcune di queste le trascorri dormendo... Qui tocca stilare un piano di emergenza e capire prima di tutto cosa ha priorità e cosa non ce l'ha". E anche in questa occasione mi è venuto in aiuto il metodo della programmazione scolastica: un giorno si fa questo, il giorno seguente si fa quest'altro...
C'è da diventare matti quando si passa dall'inerzia totale di lunghi mesi di degenza al dinamismo della vita normale. E' come se un commercialista o un avvocato o qualsiasi altro lavoratore tornasse in ufficio dopo tanto tempo e nessuno avesse sbrigato i suoi compiti durante quell'assenza prolungata. Si ritroverebbe con una tale mole di lavoro arretrato da impazzire all'istante! E' così che mi sono sentita io: per mesi ho dovuto posticipare e tralasciare gran parte di ciò di cui era composta la mia vita quotidiana. E quando sono tornata "sul posto di lavoro" gli arretrati accumulati avevano colmato tutto lo spazio delle mie giornate. Studio, corsi da seguire, attività fisica da intensificare, progetti da portare avanti, viaggi da fare, visite ed esami medici da programmare o da ricordare perché già programmati. Anche il blog ha iniziato ad essere un lavoro vero. In più avrei voluto cominciare ad applicarmi seriamente sull'idea che molti mi hanno suggerito e a cui io stessa avevo già pensato: scrivere un libro partendo da ciò che pubblico qui sopra. Ma al momento ho parzialmente abbandonato il progetto. Lo andrò a ripescare quando avrò più materiale a disposizione ma soprattutto quando avrò più tempo per dedicarmi in modo serio ad un'idea di tal portata. In più, e prioritariamente, dovrei capire quanto io sia in grado di poter scrivere un libro :-)
Insomma, al termine della mia mattinata di euforia, ho capito che priorità assoluta sarà data a studio e salute. Tutto il resto occuperà i vuoti che man mano vorrò e potrò colmare. Non dimenticando di riservare taluni spazi al riposo e al relax, perché anche il mio fisico ha risentito a causa di questi ultimi tempi di iperattività esasperata.
Calma ragazza, calma... ^^

mercoledì 15 agosto 2012

Stare accanto al malato: istruzioni per l'uso

Un giorno un amico mi chiede: "Come si sta accanto ad una persona che ha una malattia? Cosa si fa per aiutarla davvero? Perché io me lo chiedo spesso. C'è timore di dire o fare cose sbagliate".
Ho riflettuto molto prima di rispondergli. Io non mi ero mai posta questa domanda. Cosa avrei voluto che gli altri facessero o dicessero in mia presenza? Forse inizialmente non mi sono posta il problema perché non mi ritenevo malata o non così tanto malata al punto di aspettarmi che gli altri assumessero un certo atteggiamento nei miei riguardi.
Senza dubbio la mia prima "richiesta" sarebbe stata quella di essere trattata come se nulla fosse accaduto. Mi sarebbe piaciuto che gli altri avessero continuato a relazionarsi con me fingendo che io non fossi malata. E quindi nessun problema per battute di spirito, nessun timore di dire frasi sbagliate - tanto sarei stata la prima a riderci su -, niente esitazioni su nulla. Ero e restavo sempre io.
Di certo avrei fatto volentieri a meno di sguardi carichi di pietà e compassione. Penso non ci sia nulla di peggiore per una persona malata. Capisco anche, però, che il senso di pietà sia innato di fronte a talune situazioni. Io stessa non ho potuto fare a meno, sia prima sia dopo la malattia, di provare questo sentimento davanti a creature sofferenti. Ho provato grande pietà ma ho risparmiato loro il mio sguardo compassionevole perché loro erano me e io ero loro, guardarle significava guardare me e io non chiedevo né pietà né compassione.
A pensarci bene, però, non ho mai preteso alcun tipo di comportamento nei miei confronti da parte degli altri. Nei periodi in cui stavo più male, se mi capitava di dover prendere un treno e non c'era posto, me ne restavo in piedi; se mi trovavo all'ufficio postale e c'era una lunga coda, attendevo il mio turno con pazienza...
Ho sempre lasciato che gli altri si comportassero come la propria sensibilità personale suggeriva loro. Certo, io li ho aiutati a capire come dovessero relazionarsi con me. Ho fatto comprendere loro che la situazione era tranquilla, che non c'erano precauzioni da adottare, che fossero liberi di fare e dire quello che si sentivano di fare e dire. Non ci sono preparazioni da seguire per avvicinarsi ad una persona malata: la si rispetta, le si dona affetto, la si tratta normalmente.
Solo da una persona avrei preteso di più rispetto a ciò che mi dava. E con questa persona ho sbagliato tutto quanto...

Il nuovo piano terapeutico

All'Istituto Europeo di Oncologia di Milano mi avevano cambiato completamente il piano terapeutico che avrei dovuto seguire.
Innanzitutto avrei dovuto fare un test molecolare, il cosiddetto "test genetico". Avendo sviluppato la malattia in giovane età, era assai probabile che fossi affetta da una mutazione genetica che mi predisponeva al tumore mammario. Anche l'episodio della recidiva a soli 3 mesi dall'intervento chirurgico avvalorava questa ipotesi. Se il test avesse confermato la presenza di una mutazione genetica, avrei dovuto sottopormi quasi certamente ad un'operazione di radicalizzazione. Così la prima cosa che fece il dottor C., appresa la mia decisione di mettermi nelle loro mani, fu quella di spedirmi dal dottor B., al reparto di prevenzione e genetica oncologica. Il dottor B. e la dottoressa F. mi illustrarono in che cosa consisteva il test genetico e mi diedero un questionario da compilare, con i dati clinici rilevanti della mia famiglia. Dovevo compilare il nostro pedigree :-)
Da quel 27 febbraio 2012 non so quante volte ancora andai e tornai da Milano. Sembravo una trottola impazzita e il mio corpo, provato dalla chemioterapia, ne stava risentendo molto. In quel periodo ero così stressata dai viaggi e avevo così poche forze, che il mio corpo si gonfiò a dismisura, di colpo apparivo ingrassata di diversi chili. Ho poi dovuto seguire una terapia drenante per eliminare tutti i liquidi accumulati.
Mentre aspettavamo i risultati del test genetico, mi sono sottoposta anche a visita ginecologica e ho ripetuto la risonanza magnetica, su indicazione del dottor C. La visita ginecologica serviva a verificare che fosse tutto a posto e che potessi poi iniziare la terapia con il tamoxifene (dopo l'intervento ovviamente). La risonanza magnetica, che ho dovuto fare a Milano perché dalle mie parti non sarei riuscita a farla in tempo utile, avrebbe dovuto controllare che non ci fossero segni evidenti di ripresa della malattia. E anche se avevo terminato da poco la chemio, e tutto avrebbe dovuto essere in regola, attesi il referto con una certa ansia. Ma risultò tutto negativo.
Nei primi giorni di aprile 2012 arrivò il responso del test genetico. Mutazione del gene BRCA2. Il dottor B. mi spiega tutti i controlli di prevenzione a cui dovrò sottopormi a vita, mi stila un piano terapeutico che dovrò seguire finché campo. Dovrò effettuare periodici controlli a ovaio, occhi, cute, apparato gastrodigerente... Oltre ai normali controlli cui deve sottoporsi una donna che ha avuto un tumore al seno. E poi mi manda dal dottor G., il chirurgo che mi opererà. Il dottor G. mi spiega che data la mia storia clinica (recidiva veloce e mutazione genetica), la soluzione migliore è l'intervento di radicalizzazione. Ma ad esser portato via non sarà solo il seno sinistro... Dovrò sottopormi a mastectomia bilaterale. Il dottor G. ha un momento di esitazione quando deve comunicarmi tutto ciò, teme che io possa reagire male. Ma io in quel momento non ho nessuna reazione eccessiva, mi limito a dire che se la mastectomia bilaterale è la soluzione migliore, allora io la farò. Basta che questa storia si concluda, sono stanca e non ce la faccio più. Sono al limite della sopportazione, mi sembra di non vedere la fine. Se la mastectomia bilaterale è la fine, allora che fine sia!
Saluto il dottor G., saranno loro a chiamarmi qualche giorno prima dell'intervento. Nel frattempo devo riposare e cercare di far tornare nella norma i valori del mio emocromo. La chemio ha messo a dura provo il midollo osseo e dunque globuli bianchi, globuli rossi e piastrine presentano valori sballati. 

martedì 14 agosto 2012

Giudicare dagli atti, non dalle parole

Sarebbe poco modesto da parte mia affermare che questo fiore sia io e che tu non l'hai saputo apprezzare ed amare.Mi pare più sensato e giusto dire che il fiore eri tu e io non ti ho saputo ammirare per ciò che hai fatto per me.
Abbiamo dato entrambi troppa importanza alle parole e nessuna rilevanza ai gesti. Soprattutto io, che ho finito con il renderti dubbioso su tutto l'amore che provavo per te.
Che peccato mortale è mai questo! Riuscirò mai ad espiarlo?

lunedì 13 agosto 2012

Cosa ne sa chi non ti capisce...

Chi non capisce il perché del tuo stato d'animo, della tua sofferenza... Cosa ne sa...
Dello stravolgimento che la malattia porta nella tua esistenza?
Del dramma psicologico che ti investe?
Dei cambiamenti peggiorativi che repentini ti distruggono?
Dell'ansia, della fobia e della paura che ti ossessionano?

Cosa ne sa...
Di sentirsi invecchiati improvvisamente?
Di non riconoscere se stessi?
Di vedersi andare in frantumi?
Del terrore costante?

Cosa ne sa...
Del dolore che ti consuma?
Delle lacrime che ti affogano?
Delle urla che ti restano strozzate in gola?
Della fatica di andare avanti e far finta che tutto sia normale?

Cosa ne sa chi non ha mai voluto sapere?

domenica 12 agosto 2012

Il mio baobab

Ringrazio il mio carissimo amico M. per aver risvegliato in me la voglia di rileggere, dopo molti anni, questo libro tanto piccolo quanto prezioso. Prezioso perché sembra contenere tutte le risposte sull'essenzialità della vita in quelle poche pagine di cui è composto. E' una fonte da cui andare ad attingere la verità ogni qualvolta noi adulti dimentichiamo che occorre uno sguardo fanciullesco per capire la vita e i suoi meccanismi.
Leggendo la storia dei baobab non ho potuto fare a meno di riconoscere in loro il seme cattivo che ho estirpato qualche mese fa. Il baobab da strappare via non appena inizia a germogliare dorme nel segreto del mio corpo. E devo rimanere vigile e attenta affinché non pianti le sue radici.
E' una lotta tra me e lui. Lui vuole fregare me, crescendo senza che io me ne accorga, affinché giunga troppo tardi per sradicarlo. Io voglio fregare lui, estirpandolo dal terreno non appena il germoglio spunta fuori.
Il mio pianeta è troppo piccolo e non posso permettere ai baobab di farlo scoppiare. Dovrò fare buona guardia...

Quando la vita ti impone una scelta

Il 27 febbraio 2012 a Milano varcavo i cancelli dell'IEO per la prima volta.Dopo aver trascorso la mattinata in giro con A., nel primo pomeriggio siamo giunti in Via Ripamonti per la visita oncologica con il dottor C. L'accettazione all'ingresso dell'edificio 2 è abbastanza celere, ci sono molte persone ma gli addetti allo sportello sono rapidi a smaltire la folla.
Terminata la fase burocratica, ci dirigiamo davanti all'ambulatorio in cui avverrà la visita. Ci sediamo nella sala d'attesa. Sono un po' nervosa, sebbene il dottor C. non debba dirmi nulla di terrificante. Era già in possesso della mia documentazione clinica da circa una settimana, doveva darmi solo il suo parere su tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento.
Il dottore mi riceve all'ora esatta in cui mi era stato fissato l'appuntamento. Chiedo ad A. di entrare insieme a me nell'ambulatorio, non voglio star da sola e la sua presenza mi rassicura parecchio. Lui accetta, non sa quanto mi senta sollevata ad averlo al mio fianco.
Il dottor C. dice di aver esaminato la mia documentazione clinica, mi fa alcune domande, mi visita.
E alla fine sentenzia: "Non vorrei disorientarti ma il piano terapeutico che abbiamo per te è completamente diverso da quello che sapevi di dover seguire".
E sì, mi disorienta eccome! Si stava verificando proprio ciò che io temevo: mi stavano proponendo un iter terapeutico totalmente diverso da quello che mi avevano prospettato a Roma. E io dovevo scegliere... Lungo tutto il viaggio di ritorno verso casa stavo in silenzio ma nella mia mente analizzavo ed esaminavo ossessivamente e freneticamente le due diverse opzioni: restare a Roma e continuare l'iter terapeutico così come mi era stato prospettato lì oppure andare a Milano e affidarmi all'IEO? A. mi chiede come mai sono silenziosa in auto... Sono silenziosa perché dentro di me furoreggia la confusione. Non so davvero cosa fare, per ore mi sembra di essere convinta solo del fatto che qualsiasi decisione possa prendere sia quella sbagliata. In gioco c'era la mia salute, il mio futuro... Non era semplice per niente.
La sera, dopo essermi consultata anche con mia madre, scelgo di proseguire le cure a Milano, di affidarmi ai medici dell'IEO. Comunico la notizia ad A., lui ne è felice, sperava che io prendessi proprio questa decisione. Pensa che l'IEO sia il meglio che ci sia, che sono in buone mani.
E nel momento esatto in cui ho preso questa decisione la mia vita è cambiata... Milano sarà la mia seconda casa per tutta la vita, Milano mi ha definitivamente attratta a sé.

venerdì 10 agosto 2012

Condividere la serenità con te

Oggi non ce l'ho fatta. Ti ho chiamato per raccontarti i miei due giorni di serenità. Perché avevo voglia di sentire quella voce che due anni fa mi fece innamorare, lei così unica, così profonda. Così rassicurante.
Volevo parlare con te per farti sapere tutte le cose belle che ho visto, per farti capire quanto io sia più tranquilla adesso e far giungere fino a te gli sforzi che sto compiendo per andare avanti.
E' dura sopportare la tua assenza nella mia quotidianità ma non riuscivo più a gestire il nostro rapporto. E adesso che ti ho sentito, e ti ho parlato, ho avuto la conferma di aver compiuto la scelta giusta. L'unica scelta che si poteva fare, visto come stavano precipitando gli eventi.
Mi manchi ma resto a debita distanza da te perché voglio il tuo bene.
Perché nel mio cuore c'è un lume di speranza che testardamente vuole restare acceso e ardere, incurante del vento che ogni tanto prova a spegnerlo.
Perché mi ostino a credere che fossimo le persone giuste al momento sbagliato. E io attendo che la vita allestisca il momento giusto per tornare in scena e goderci il trionfo.

Stamattina ho prenotato un esame

Stamattina ho effettuato la prenotazione per l'esame di diritto commerciale dell'11 settembre prossimo. Primo appello, unica chance per me visto che al secondo sarò a Bologna e Milano. Dovrò di nuovo rompere il ghiaccio con l'università e le sue dinamiche.
Intanto mi godo la soddisfazione di aver prenotato, dopo molti mesi, un esame che non sia un esame medico ^^ E già questa è una grande vittoria!

Stamattina, parlando con una persona le dico: "Ho prenotato l'esame per settembre".
"Ah, di che esame si tratta?"
"Diritto commerciale"
"Ah, ma esame universitario!!"

Sì, esame universitario eh eh!!!

giovedì 9 agosto 2012

E una cosa l'ho fatta

Nell'ultimo anno, mentre stavo male, tre cose avevo messo in programma di fare non appena sarei stata meglio:
1) andare a trovare mio zio a Siena. Glievo avevo sempre promesso, ad agosto dell'anno scorso ero certa di andare ma poi non ho potuto. Mi sarebbe piaciuto andare con A. perché mio zio ha una casa in un luogo paradisiaco, lontano dal caos e dallo stress ed è adatto per rilassarsi e recuperare forze. Ma poi è successo quello che è successo e non se n'è fatto più nulla;
2) fare un viaggio, non importa dove. Il viaggio avverrà questo autunno, già tutto prenotato ^^
3) Avon running. Sto lavorando anche per realizzare il terzo obiettivo.

Al momento sono riuscita a concretizzare il punto uno. Ho trascorso un paio di giorni bellissimi nella provincia senese. Ieri mi son goduta la pace e il paesaggio bucolico in una casa circondata da un oliveto e da un bosco. La civiltà sembrava lontana mille miglia in quel luogo in cui il rumore più "assordante" che si poteva ascoltare era il frinire delle cicale. La sera, mentre facevamo ritorno in paese, sulla strada ho potuto vedere uno splendido capriolo ed una volpe, entrambi animali che non avevo mai ammirato dal vivo. Come non avevo mai incrociato la corsa veloce di uno scoiattolo, visto stamane nella piazza principale del paese ^^
E stamattina sono stata anche a Montepulciano, un vero gioiello.
Che gioia aver potuto fare questa mini vacanza. Breve - perché al momento i miei impegni con lo studio non mi permettono di più - ma tanto attesa e sperata. Sono tornata rilassata, serena e con tanta pace nel cuore. Mi sento carica per poter affrontare lo studio con grinta ancora maggiore!
E mia zia ha già detto che mi aspetta per andare a visitare gli altri stupendi paesi della zona. Farò anche questo! Tornerò a trovarla anche perché mi fa dei piatti vegetariani favolosi :-))

panorama visto da Montepulciano

Montepulciano

panorama da Montepulciano

panorama da Montepulciano

Sinalunga

Sinalunga

mercoledì 8 agosto 2012

Sono diventata insensibile al dolore fisico

Penso che la mia soglia del dolore si sia innalzata di molto quando nel lontano 2004 finii al pronto soccorso per farmi incidere e pulire una fistola al coccige. Quel 3 gennaio provai il dolore fisico più terribile di tutta la mia vita. Incisione e pulizia senza anestesia!!! Solo chi l'ha fatta può comprendermi... Quando sono uscita dall'ambulatorio del pronto soccorso avevo anche le dita sanguinanti, perché durante quella mezz'ora di tortura me l'ero morse tutte quante per non strillare.
Avendo toccato l'apice del dolore fisico in quell'occasione, non mi stupì il fatto che qualche mese dopo, nel luglio 2004, quando finii di nuovo al pronto soccorso per un incidente avuto mentre ero in scooter, mi feci ricucire il mento praticamente senza anestesia.
Anche quando vado dal dentista è così. Mi faccio fare l'anestesia solo quando questa è strettamente necessaria, ossia per le estrazioni. Per il resto sopporto tutto, o meglio, non ho nulla da sopportare perché non sento dolore.
Quando sono stata operata la prima volta al Policlinico Gemelli, mi hanno dato l'antidolorifico solo la sera stessa dell'intervento. Dal giorno successivo non l'ho più richiesto e quando ho lasciato l'ospedale, le infermiere hanno detto: "Ah, tu sei quella che non ha mai voluto l'antidolotifico!". Stessa cosa accaduta in seguito alla laparoscopia e alla mastectomia bilaterale: non ho mai avuto bisogno di prendere antidolorifici.
Gli episodi più recenti si sono verificati nell'ultimo mese: estrazione di un canino incluso nel palato e di un dente del giudizio. Ovviamente niente antidolorifici... Che ve lo dico a fare?? :-DD

martedì 7 agosto 2012

27 febbraio 2012 - Prima visita oncologica a Milano

La questione della recidiva, verificatasi a così breve distanza dall'intervento chirurgico di asportazione della massa tumorale, ci aveva lasciati tutti perplessi. I miei zii avevano cominciato a pressare affinché sentissi altri pareri medici. Una mia zia in particolare mi aveva consigliato di andare a Milano perché anche sue colleghe vi erano state.
A. mi aveva proposto di andare a Milano sin dall'inizio ma io a luglio 2011 non avevo potuto, soprattutto perché mio padre era stato investito e non era autosufficiente. Mia madre non avrebbe potuto seguire contemporaneamente lui qui a casa e me a Milano. Così alla fine decisi di rimanere a Roma e di iniziare l'iter diagnostico e terapeutico al Policlinico Gemelli.
L'episodio della recidiva, però, aveva cambiato le carte in tavola. In più, rispetto a quel famigerato luglio 2011, con il nuovo anno potevo permettermi di raggiungere Milano per avere altri pareri.
A. mi ha aiutato a contattare l'IEO, di cui aveva avuto già esperienza indirettamente.
Ho prenotato la visita oncologica con il dottor C., visita prevista per il 27 febbraio 2012.
Devo ammettere che inizialmente ero piuttosto perplessa sulla possibilità di richiedere altri pareri medici. Ritenevo di essere seguita da un ottimo staff e avevo timore soprattutto del fatto che a Milano potessero darmi un responso totalmente differente rispetto a tutto ciò che avevo eseguito fino a quel momento. Avevo paura di ritrovarmi a dover scegliere tra due percorsi terapeutici diversi e a non essere in grado di stabilire quale potesse essere il migliore per me.
Nel frattempo, per unire l'utile al dilettevole, avevo fatto richiesta al Milan per ottenere l'accredito per entrare gratuitamente allo stadio, sfruttando la mia invalidità civile al 100%. E così il 26 febbraio, giorno precedente a quello della visita all'IEO, sono andata a vedere la Juve con A. ^^
Il 27 febbraio, per la prima volta, arrivo all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO). A. è così gentile da volermi accompagnare, e lo ringrazio perché entrare nello studio di un oncologo non è mai una passeggiata e aiuta non essere soli.
Quando si è dentro l'Istituto non si ha la sensazione di essere in un centro medico ospedaliero, sembra quasi un albergo. L'atmosfera è serena, la malattia pare non esser di casa lì. Tutti sono molto gentili e a completa disposizione. Chi non ne ha avuto esperienza (per sua fortuna!) non potrebbe capire quando chi vi è stato definisce l'IEO "un'isola felice".
Io vi sono arrivata con l'assoluta convinzione che il dottor C. mi confermasse che tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento andava bene e che potevo proseguire le cure a Roma. Sono entrata nel suo ambulatorio certa che mi avrebbe proposto un percorso terapeutico simile e che quella del 27 febbraio sarebbe stata la mia prima ed ultima visita all'IEO. E invece non era che l'inizio e dovrò frequentare l'Istituto a vita...

lunedì 6 agosto 2012

11 settembre 2012

L'11 settembre è una data significativa per tutto il mondo. E per me da quest'anno acquisterà nuovo significato: sarà il giorno in cui tornerò all'università, dopo più di un anno di assenza. L'ultima volta che vi sono stata era l'8 giugno 2011, esame di Diritto dell'Unione Europea, un bel 28.
Potrò tornare a sedere in un'aula universitaria, insieme agli altri studenti. Riprenderò ad assaporare la tensione pre-esame, a ripassare febbrilmente in attesa che arrivi il mio turno per sedere di fronte agli assistenti prima e al professore dopo, per la fatidica ultima domanda. Proverò di nuovo l'ansia nell'ascoltare i racconti degli studenti che hanno fatto l'esame prima di me e costringerò le mie orecchie a non udire le domande che sono state già fatte, con la paura di apprendere argomenti che non ho approfondito.
Che effetto mi farà attendere il responso dopo l'interrogazione? Rimanere qualche minuto ad aspettare per conoscere le sorti del mio esame universitario avrà ancora lo stesso pathos, dopo che per mesi ho atteso i responsi di altri tipi di esami? Responsi da cui non dipendeva il voto di un esame ma la mia aspettativa di vita. Sedere di fronte ad assistenti e professori mi causerà ancora la paura di una volta, dopo aver seduto di fronte a professori di altro genere ed esser morta di terrore davanti a loro?

Anche l'8 marzo ha acquistato un altro signficato per me, a partire da quest'anno. Proprio in quella data ho fatto l'ultimo ciclo di chemioterapia. Bello poter dare a queste date fondamentali un proprio significato, un motivo personale e importante per poterle ricordare e onorare non solo astrattamente.

Ancora un sogno, questa volta macabro

Stamattina mi sono svegliata e di nuovo riuscivo a ricordare un sogno fatto durante il sonno notturno. Non mi piace questa mia inversione di tendenza, preferivo quando non mi tornava nulla alla mente e potevo affermare di non ricordare mai i sogni.
Il sogno che ricordo questa volta però, è sicuramente meno angoscioso del precedente, che avevo raccontato qui Meno angoscioso ma più macabro, al limite dello schifoso ^^
In pratica ho sognato che vomitavo capelli!!!!
Ho fatto qualche ricerca veloce sul web e ho potuto constatare che l'interpretazione più accreditata per un sogno del genere è la seguente: sognare di vomitare i capelli è la rappresentazione dell'espulsione di cattivi pensieri o di un tormento.
Ah bene, direi che come spiegazione è assolutamente credibile! Ne avrei di cattivi pensieri e tormenti da espellere ah ah ah!!
Voi avete altre teorie in merito a questo tipo di sogni? Altre interpretazioni?

sabato 4 agosto 2012

Gli uomini e le dimensioni...

Gli uomini e le dimensioni... di noi donne! Perché oltre ad avere la fissazione delle proprie dimensioni, la maggior parte degli uomini non disdegna e anzi apprezza che la donna sia ben accessoriata nei punti giusti ^^
Stamattina ho avuto la conferma, almeno per quello che riguarda me: da quando ho le tette più grandi gli uomini mi guardano molto ma molto di più!
Prima degli interventi a cui mi sono sottoposta, non ero messa male con le misure. Poi la quadrantectomia prima e la mastectomia dopo hanno praticamente azzerato la mia taglia di seno. Ok, noi donne non siamo solo seno. Siamo prima di tutto cervello funzionante. Ma anche per una donna intelligente e capace, che non basa le sue fortune sull'aspetto fisico, alcune caratteristiche sono fondamentali per apprezzare in pieno la propria femminilità. Per me, ad esempio, sono fondamentali anche i capelli.
I tratti distintivi della femminilità costruiscono la nostra identità. E' per questo che io all'inizio stentavo a riconoscermi: le cicatrici avevano attentato al seno, la chemio aveva fatto cadere i capelli e non solo... Sapevo di essere ancora biologicamente donna ma non mi ci sentivo del tutto.
E adesso che i capelli stanno ricrescendo e che è ricresciuto anche il seno (ed è ricresciuto alla grande!!^^) sono tornata a sentirmi anche donna, in modo pieno e completo. E allora mi godo anche gli sguardi degli uomini, da quelli più discreti a quelli più da "maniaci". Me li godo tutti perché per mesi ho detestato il mio aspetto esteriore e ho odiato me stessa, convinta che non avrei potuto più interessare nessuno sotto un determinato aspetto.
Mi godo quegli sguardi, che sono complimenti silenziosi, perché aiutano la mia autostima. E questo non è mai negativo.

Nel mio destino era scritto "Milano"

Avete mai creduto al fatto che il nostro destino sia già stabilito? E che se la vita ti fa una premessa, ti indirizza verso una strada... è perché era già deciso così e noi stiamo solo eseguendo il piano?Quasi due anni fa A. è entrato nella mia vita. E da allora ho cominciato a frequentare Milano. Grazie a lui ho imparato ad amare una città che per me è fantastica. Adesso, ogni volta che ci torno, adoro passeggiare lungo le sue vie, esplorarla in ogni punto. Quando cammino per le strade milanesi ho la benefica sensazione di sentirmi a casa.
E' un rapporto molto particolare e profondo quello che mi lega a Milano. Mio padre vi ha vissuto per 5 anni molto prima che io nascessi; vi ha trascorso la sua gioventù, me l'ha sempre raccontata attraverso bei ricordi.
Ecco, in quell'agosto del 2010 io non potevo sapere che il mio futuro si sarebbe deciso proprio in quella città. E quando con A. è finita io non credevo che vi avrei mai più fatto ritorno. E invece... Al momento è diventata la mia seconda casa e lo sarà per tutta la vita perché all'Istituto Europeo di Oncologia mi monitoreranno finché mi sarà concesso di restare su questa Terra.
Amo pensare che per me fu stabilito che il mio domani dovesse essere a Milano. E la vita, tessendo le sue trame e intrecciandole a dovere, mi ha condotto proprio lì. La premessa, la prima via d'incanalamento, è stato A. Lui mi ha condotta a Milano per la prima volta (anche se effettivamente mi era capitato di andarci già molti anni prima) e lui mi ha riportato lì nel momento in cui la mia salute necessitava di cure.
Milano mi ha attirata a sé, mi ha calamitata. Sapeva che tutto avrebbe dovuto svolgersi esattamente come si è svolto.
Io e A. ci conoscevamo dal 2006  eppure ci siamo "riconosciuti" solo 4 anni dopo. Quando era giunto il momento, quando il destino ha deciso che l'ora esatta era arrivata e dovevamo incrociarci.





venerdì 3 agosto 2012

L'abitudine

Io non voglio abituarmi alla malattia, alla tristezza, allo sconforto.Non voglio abituarmi e adattarmi al pianto, al buio e alla disperazione.
Mi sono abituata a te, ragazzo mio, e ora so come si sta male ad averti perduto. Mi manca quell'abitudine di averti nella mia vita...

Un sogno terribile

Io non ricordo quasi mai i sogni che faccio. Dicono che sia impossibile non sognare, che tutti lo fanno anche se poi non ricordano. E io davvero li ricordo raramente. Di solito non faccio brutti sogni o sogni strani, quei pochi che alla mattina mi tornano in mente sono piuttosto normali, anche banali se vogliamo.
Ma la scorsa notte ho fatto un sogno terribile. Un vero e proprio incubo! Perché tutto era così vero da sembrare realtà anziché dimensione onirica. Perché quel maledetto incubo è stato così bravo da mettere insieme tutte le mie paure più recenti.
Il sogno è iniziato con me di fronte ad un medico. Avevo fatto degli accertamenti e ne era saltato fuori che avevo delle metastasi alla colonna vertebrale. Da quello che si capiva, il cancro era tornato più agguerrito che mai, in una forma grave e che lasciava pochissime speranze. Ricordo che il medico mi mostrava un foglio su cui c'era un'immagine della massa tumorale.
Poi, tipico dei sogni, c'è stato un salto temporale notevole. La scena si è spostata in una camera, non so se fosse quella di casa mia o di un ospedale. Io ero a letto, irriconoscibile e ormai alla fine del mio tempo. Nella stanza c'erano anche mia madre, seduta su una sedia accanto a me, e quelli che dovevano essere dei medici. Io ero nel letto, piangevo e imploravo mia madre di chiamare A. e di farlo venire lì il prima possibile, la pregavo in tutti i modi ed ero disperata perché lei mi diceva che non era possibile. E io continuavo a strillare il nome di A. Ripenso a quelle immagini e ho la pelle d'oca...
Poi ad un certo punto arriva il momento... Me ne sono andata... Mia madre inizia a piangere e dice chiaramente: "Non ti ha voluta vedere, non ti ha voluta rendere felice per l'ultima volta"...

Poco dopo mi sono risvegliata... Ero agitatissima, sudata e avevo le lacrime agli occhi... Ho iniziato a piangere, sia perché ero scossa sia perché ero sollevata dal fatto che si trattasse solo di un sogno. Ma non sono più riuscita ad addormentarmi...

E porca misera, se tutti i sogni fossero così... Ma viva Dio che non li ricordo mai!!!

mercoledì 1 agosto 2012

Programmarsi le giornate

Da troppo tempo ormai la mia vita era sregolata e sgangherata. Ho tentato di mantenerla in ordine il più possibile ma la confusione generale che regnava dentro di me era inevitabile e poco potevo contro di essa.
C'è da dire che per un lungo anno i miei ritmi sono stati scanditi da visite mediche, esami di laboratorio e viaggi della speranza. Medici e ospedali hanno influenzato e occupato abbondantemente la mia lista delle cose da fare. Tutto il resto doveva adattarsi e mettersi da parte.
Tornare ad una normalità quasi totale mi ha disorientata per l'ennesima volta. Spariti dall'agenda esami e visite da fare, mi sono ritrovata a dover organizzare la mia vita da capo, a dovermi imporre determinati doveri e a seguirli.
Ammetto con molta onestà che tornare a studiare è stata una fatica non da poco. Ricominciare dopo un anno di sosta forzata, con la mente non sgombra e poco lucida, mi creava sensazioni contrastanti: da un lato non vedevo l'ora di ricominciare - perché riprendere l'università significava riprendere la vita normale, sbrigarmi a terminare il ciclo di studi significava lanciarsi finalmente nel mondo e tentare di costruire la propria strada -, dall'altro mi metteva ansia.
Per qualche tempo ansia e voglia di ripartire hanno ingaggiato una lotta sanguinosa dentro di me. E inizialmente la prima ha sopraffatto la seconda. Non riuscivo a decidermi a riaprire il libro. Pensare che dovevo andare davanti alla libreria, prendere il manuale di diritto commerciale, sedermi alla scrivania e aprirlo per cominciare anche solo a leggerlo... mi generava una sorta di malessere e di rifiuto. Ma contestualmente mi faceva sentire anche in colpa, perché io l'università voglio terminarla (con successo) e voglio andare a conquistarmi le mie opportunità di crescita professionale e personale.
Dovevo inventare qualcosa per convincere me stessa a riaprire quel maledetto libro! E allora ho adottato la prima soluzione che mi è venuta in mente: seguire il metodo scolastico! Stilare giornalmente un orario (ogni giorno per quello successivo), dettarmi dei tempi per svolgere determinate attività e poi seguirlo scrupolosamente! Dalle 8:30 alle 11 studio di diritto commerciale, dalle 11 alle 12 pedalata e così via...
Qualcuno mi ha fatto notare che programmarsi la vita non è il massimo della felicità. Sono d'accordo. Ma chi di noi non lo fa? Per ragioni di studio, di lavoro... E a me in questo momento serviva imporre alla mia persona il ritorno all'ordine e ai doveri che per lungo tempo non avevo potuto seguire. Per ora sono felice di programmare, vivrò delle giornata scontate ma non importa. L'aspetto fondamentale è che queste giornate possa viverle, dato che l'anno scorso non c'era nulla di scontato e non potevo permettermi di programmare un bel nulla :-)